Non ce la faceva più. La sua milza gemeva ad ogni centimetro
di terreno guadagnato e il rombo del sangue nelle sue orecchie sovrastava ormai
qualsiasi altro suono.Si fermò e l’istinto gli ordinò di piegarsi in avanti per
resistere al dolore che pulsava nelle profondità del proprio corpo. Sapeva di
non avere il tempo per perdersi in smancerie come quella e, invece, slacciò le
cinghie di cuoio che gli cingevano il capo. La maschera antigas tornò a
pendergli dalla cintura. In quelle circostanze l’oggetto era inutile quanto un
ombrello contro una frana. La zona inondata di gas era molto lontana dalla sua
posizione. L'aria fresca della sera lo prese di soppiatto, facendolo
boccheggiare. Era come trovarsi di fronte ad un buffet ed essere terribilmente
affamati. Inspirò più che potè e poi riprese la sua corsa.
Doveva sbrigarsi e non aveva assolutamente tempo da perdere.
Alla fortezza servivano al più presto rinforzi. In tutta la sua vita lo
Sciacallo non aveva mai visto un Mucchio così grosso. Sì, sapeva che di tanto
in tanto si radunavano chissà perché in gruppi, ma mai in così tanti. Ogni passo
che l’uomo faceva era una pugnalata nel fianco e il fucile iniziava a pesargli
sempre di più. Aveva tempo fino al tramonto per raggiungere l’avamposto delle
Aquile più vicino, poi la situazione sarebbe diventate calda. Molto calda.
Incandescente.
Quelli lenti se ne andavano a zonzo per tutto il tempo, ma
quelli veloci sbucavano solo la notte. Doveva sbrigarsi. La fatica, il dolore
al fianco e la disperazione sembravano mutare il normale scorrere del tempo.
Tutto era velocizzato e rallentato allo stesso momento, in un paradosso
costante. Mentre correva, l’uomo ripassava mentalmente il percorso. Doveva
svoltare sulla destra alla prossima traversa e poi proseguire dritto. Il campo
sarebbe stato proprio in fondo alla via. Per fortuna il percorso era sgombro e
quindi poteva percorrere la strada con più lena. I veicoli erano stati smontati
da tempo e ormai a terra rimanevano solo i cocci. Iniziò a meravigliarsi di non
aver incontrato ancora nessuno. Il sole procedeva lentamente nella sua parabola
verso l’orizzonte, come la lancetta di un vecchio cronometro. La traversa era
ormai ad un paio di metri, quando uno di quelli veloci sbucò da dietro
l’angolo.
Tutto si mosse come al rallentatore. L’uomo e la ragazza
infetta erano come due proiettili pronti a cozzare l’uno contro l’altro. Il
fucile da caccia carico sobbalzava nell’aria fresca. Gli occhi graffiati e
slavati della ragazza si facevano sempre più vicini. La fame li animava. Fame
di carne umana. Il tempo proseguiva lento nel suo dilatarsi innaturale dettato dall’adrenalina.
Il fucile si mosse, come scivolando nell’aria immobile, dalle spalle alle mani
sicure dell’uomo. Gli occhi dilatati erano ormai vicinissimi. Il tempo riprese
il suo fluire naturale. In corsa, lo Sciacallo sparò senza quasi prendere la mira.
La testa della ragazza esplose colorando di rosso l’ambiente circostante, che
stava lentamente affogando nel buio. Il suo corpo proseguì per inerzia nel suo
slancio e si schiantò contro un lampione. L’uomo svoltò l’angolo e vide le luci
del piccolo fortino appartenente alle Aquile. Doveva solo percorrere duecento
metri e sarebbe stato salvo. Dal successo della missione affidatagli
dipendevano le vite di molti suoi commilitoni. Ormai solo la forza della
disperazione lo mandava avanti. Si avvicinava sempre di più alla meta, ma
sentiva movimenti molto poco rassicuranti nel buio che si andava addensando.
Non si voltò. Continuò solo a correre. Potevano essercene migliaia come poteva
essere solo la sua immaginazione provata dalla fatica. Le luci della stazione di
posta si avvicinavano sempre di più, come fari a guidare il suo cammino in un
mare nero d’inchiostro. Non si accorse del bambino fino all’ultimo momento.
Ad un certo punto sentì soltanto qualcosa colpirlo ad un
fianco e si ritrovò nella polvere. Il suo tragitto era stato interrotto. Si
rialzò confuso e vide un bambino seminudo interamente coperto di fuliggine.
Aveva gli occhi dilatati e i denti scoperti, come un cane rabbioso. Passi e
gemiti. Erano centinaia. Tutto intorno all'uomo. Le luci dell’avamposto erano
troppo lontane. Il tempo si fermò ancora una volta. La sua mente iniziò a
vagare incontrollata. Era la fine. Non aveva mai pensato alla propria morte, ma
l’uomo sapeva dentro di se che un giorno sarebbe successo qualcosa di simile.
L’adrenalina ormai aveva stravolto i suoi sensi. Vide il volto di ognuno dei
suoi assassini. Donne, ragazzi, anziani, bambini, uomini. Tutti un giorno erano
stati maledetti dall’infezione e trascinati nel buio dai propri simili. Quelli
lenti ormai sembravano mummie, segnati dalle intemperie e dal tempo. I loro
volti erano contratti dalla decomposizione. Ma quelli veloci erano ancora,
almeno nell’aspetto, esseri umani. Sporchi , ricoperti di polvere e dai vestiti
ridotti a brandelli. Ma comunque esseri umani. Era circondato da una muraglia
impenetrabile di persone decedute ormai due secoli prima. Le luci della
stazione di posta sembravano lontane chilometri. L’uomo aveva la pelle d’oca e
i capelli ritti in testa dalla paura. Rilassò i muscoli e chiuse gli occhi. Da
un momento all’altro sarebbero balzati sul suo corpo per cercare di saziare la
loro fame insaziabile. Tutto divenne nero. Il mondo si ridusse a buio e al
ringhiare sommesso degli infetti. Le creature si avventarono sullo Sciacallo
messaggero e ci fu un attimo di vuoto, come
se le certezze dell’universo stesso fossero state messe in discussione.
L’uomo si sentiva perso e abbandonato nel buio più totale.
All’improvviso luce. Luce abbagliante, folgorante. Luce
bianca e pura. Luce divina. Il condannato a morte spalancò gli occhi. Dalla
piccola fortezza delle Aquile baluginava nel buio un fascio di luce intensa che
disperdeva gli infetti, facendoli tornare nelle proprie tane all’interno dei
palazzi in rovina. L‘uomo riprese a correre. Non c’era più stanchezza. Non c’era
più dolore. Raggiunse le mura e venne fatto entrare dal cancello principale.
Una delle guardie armate di ronda spense il faro da stadio. Lo sventurato
cercava di parlare, ma la sua bocca era arida. Il comandante dell’avamposto gli
porse un bicchiere d’acqua filtrata. Lo sciacallo bevve in maniera convulsa.
L’acqua era dolcissima, come fosse miele. Si calmò un pochino e riferì il
proprio messaggio. Ciò per cui aveva rischiato la vita.
“La Fortezza è sotto assedio. Si richiedono quanti più
rinforzi possibile. Sono centinaia. CENTINAIA. Castel sant’Angelo è sotto
assedio “
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